SEZIONE VERDE

L'uso dell'acqua in campagna e in giardino

“Le colline soprastanti l’abitato di Albese, esposte in posizione soleggiata, nei secoli passati vennero gradualmente terrazzate […]. In questo modo, si aveva l’indubbio vantaggio di una esposizione solare ampia e duratura, anche nei mesi invernali, sicuramente favorevole allo sfruttamento agricolo della terra con colture di pregio come la vite” .

Il giardinaggio richiede molta acqua – la maggior parte sotto forma di sudore.

“Fino agli anni Cinquanta del secolo scorso, erano coltivate viti, patate e granoturco”. Sono le affermazioni del signor Enrico Gaffuri – nato il 6 aprile 1940 -, il quale già da piccolo svolgeva compiti da contadino. Lo conferma anche il signor Francesco Beretta – nato l’8 novembre 1934 -, il quale viveva alla Cascina Fusana, tra le più antiche e tipiche del paese. Egli raccontava, infatti, che in certi anni, gli abitanti della cascina riuscivano a produrre fino a venti quintali di Pincianel – nome dato al vino locale – con la coltivazione delle loro uve. A suffragare tale affermazione, si riporta un estratto della relazione di Giovan Battista Brunati, cancelliere di Albese, redatta nel 1751 per il Governo austriaco di Milano: “È quando si fa il vino – che consiste il più delle entrate – che fa sì che in questi paesi [riferendosi anche a Cassano] riesce molto acerbo per li monti che rendino l’aria freda”.

Il lavoro nei campi e negli orti

Per svolgere i lavori agricoli nei campi e negli orti, i contadini usavano, oltre ai tradizionali attrezzi agricoli, anche particolari contenitori adatti a contenere liquidi. Tra questi la pumpa da dach l’acqua ai vit, la brenta, lo sbrufadur. La pumpa da dach l’acqua ai vit. Era una pompa a spalla, costituita da un contenitore cilindrico in metallo dotato di meccanismo a pompa, collegato ad un tubo di gomma ed ad una cannula di emissione. Veniva utilizzata per l’irrorazione delle viti con il verderame. Era trasportata a spalla, con l’ausilio di apposite bretelle. Il contadino azionava con una mano la pompa meccanica, mentre con l’altra reggeva la cannula di emissione e spargeva il verderame sulle piante di vite. La brenta. Era un capiente contenitore di metallo o di legno, dotato di bretelle. Era impiegato per il trasporto dei concimi liquidi sui terreni agricoli. Questi concimi erano contenuti in una grossa botte, detta bonza, trasportata nelle campagne da un carro tirato dai buoi.
Dalla bonza, il liquame passava alle brente, che il contadino caricava sulle spalle per versare il contenuto ai piedi delle piante di patate e granoturco. Questo concime, prodotto dalle deiezioni di animali e persone, veniva chiamato ganga. Gli sbrufadur. Erano recipienti in lamiera zincata con un lungo beccuccio dotato di soffione, aperti nella parte superiore. Venivano riempiti di acqua ed usati per irrigare le piante degli orti e dei giardini. In genere erano appannaggio di famiglie benestanti. La culdera. Era un grosso calderone in rame. Si usava per abbeverare buoi e mucche nella stalla. Si riempiva dell’acqua tirata dal pozzo comune della corte. Lo trasportavano due persone, impugnando le estremità del manico. Il nero della fuliggine che lo ricopre indica che veniva anche usato, appeso ai ganci della catena che scendeva dal camino, per far bollire le patate scartate durante la raccolta che, cotte e schiacciate, erano pasto per i maiali.
innaffiatoi (sbrufadur)
attingimento dell'acqua dal pozzo (curlo)
pompa a spalla

Il concime del passato

Ai tempi dei Romani, l’urina, prodotta negli orinatoi pubblici, veniva prelevata dai conciatori che la utilizzavano per lavorare le pelli. Dato il suo alto contenuto di ammoniaca, la si usava anche per sbiancare le toghe. Inoltre, per il ricco contenuto di azoto e fosforo, era un ottimo fertilizzante per l’agricoltura. Notata la sua grande richiesta, l’imperatore Vespasiano pensò bene di batter cassa imponendo una tassa a coloro che ne facevano uso. Da qui il detto: “Pecunia non olet”, cioè: “Il denaro non puzza”.