SEZIONE GIALLA
Uso dell'acqua in casa
La realizzazione di acquedotti per portare l’acqua nelle case è abbastanza recente. Molte città italiane, ancora alla fine del XIX secolo, non ne erano dotate: figuriamoci i piccoli comuni!
Albese e Cassano, ad esempio, ebbero i primi allacciamenti privati solo negli anni Trenta del Novecento, con la costruzione dell’acquedotto comunale che pescava acqua dal pozzo nella zona detta “Unesc”, ove attualmente si trova la pista ciclabile. Di conseguenza, fino a non molti decenni fa, si è continuato ad attingere l’acqua dai pozzi o dalle fontane pubbliche dislocate nel paese, per impiegarla negli usi domestici:
Al posto del rubinetto, nelle cucine delle case, infissi nel muro, vi erano robusti ganci ‒ “rampin” ‒ a cui si appendevano secchi di varia grandezza ‒ “sidele” ‒ colmi d’acqua, perché fossero a portata di mano. Si beveva alla buona, immergendo la “cazeta” (mestolo) nel secchio, mentre si preferiva un bagnin (grosso recipiente) per lavare quelle poche stoviglie indispensabili per il “disnà” (pranzo) e la “scèna” (cena).
L’acqua doveva essere preparata in cucina, ad ogni inizio di giornata, con espedienti diversi. Non tutti, infatti, avevano la fortuna di possedere un pozzo in cortile o una fontana a poca distanza da casa. Per questo, la padrona di casa ‒ “regiura” ‒, aiutata magari dalle figlie più grandicelle, aveva il suo bel daffare per procurare la preziosa acqua. E di acqua c’era sempre un grande bisogno, come è facile immaginare: oltre alla solita “sidela” per l’acqua da bere, infatti, bisognava approntare la scorta d’acqua per la “bügata” della settimana, per la pulizia personale e della casa e per i vari usi in cucina .
La cucina con stufa
In questo settore è stato ricreato un angolo di cucina, tipica dei nostri paesi almeno fino agli anni Cinquanta e Sessanta del secolo scorso.
Al centro si trova la caratteristica stufa a legna, oltre ai fornelli per cucinare. Immancabili le bacchette di metallo fissate al tubo aspiratore, sulle quali si stendeva la biancheria ad asciugare. Incorporato, un bollitoio per l’acqua – “cüldereta” – e, appoggiati sui fornelli, il paiolo per la polenta ed un ferro da stiro. Appesi, vi sono dei mestoli ed una padella.
La cucina di una società è il linguaggio nel quale essa traduce inconsciamente la sua struttura
Claude Levi Strauss
Per la notte
IL VASO DA NOTTE: L’URINARI’. “L’urinarì si teneva in camera da letto, riposto nel piano inferiore del comodino. La mattina lo si svuotava del suo contenuto, travasando l’urina in un secchio di alluminio, il quale a sua volta veniva versato nel buco del gabinetto di famiglia costruito accanto alla stalla. La cisterna sottostante riceveva sia le deiezioni degli animali, sia quelle delle persone.
Tutto il materiale fecale, dopo tempo, veniva trasferito in una grossa botte di legno – “bunza” – posizionata su di un carro che i buoi, poi, portavano in campagna.
Qui, il liquame passava nelle “brente”. Usando un mastello di legno, i contadini svuotavano gradatamente le “brente”, concimando con quel liquido le piantine di patate e granoturco”.
Nella stagione invernale, in assenza di riscaldamento in camera da letto, si utilizzavano scaldini metallici – “böll” – riempiti di acqua calda prelevati dalla “cüldereta” e posizionati sotto le coltri per riscaldare il letto. Gli scaldini erano di varie forme: cilindriche ed ellittiche, in rame ed alluminio.
“LA CÜLDERETA”. È un grosso calderone in rame. Si usava per abbeverare buoi e mucche nella stalla. Si riempiva dell’acqua tirata dal pozzo comune della corte. Lo trasportavano due persone, impugnando le estremità del manico. Il nero della fuliggine che lo ricopre indica che veniva anche usato, appeso ai ganci del camino, per fare bollire le piccole patate scartate durante la raccolta.
Nei lavatoi
In passato, per lavare la biancheria, si utilizzavano fossi di rive, torrenti, canali, bacini lacustri, ma anche mastelli e contenitori vari.
Alla fine del XIII secolo, comparve a Milano il primo lavatoio considerato industriale: il celebre Vicolo dei Lavandai, costituito da un canale sulla cui riva furono posizionate lastre di pietra per lavare ed una copertura a due falde.
Nel Comasco, a cominciare dal XVIII secolo, sia nei centri maggiori sia nelle piccole frazioni si iniziarono a costruire vasche di forma rettangolare, rialzate da terra per consentire alle lavandaie, la posizione eretta durante l’attività di lavaggio.
“Nel secolo successivo il lavatoio viene interessato da un processo di affermazione come struttura e come strumento di affrancazione sociale per un’attività relegata ai margini del consesso, garantendogli un ruolo e una dignità specifici. In tale contesto, al lavatoio viene riconosciuto il passo per il centro del villaggio, nella piazza, accanto alla chiesa e all’abbeveratoio del bestiame, considerato anch’esso una struttura fondamentale” .
Si andò così perfezionando una tipologia architettonica che, con alcune variabili, assunse una sua forma tipica:
Elementari ed efficaci principi costruttivi definiscono il tipo di lavatoio ottocentesco: pianta rettangolare, copertura a quattro falde con struttura in legno sorretta da pilastri in muratura: all’interno disposte nel senso della lunghezza, vasche per il lavaggio e il risciacquo con leggeri dislivelli che garantivano il flusso dell’acqua in una sola direzione… .
Il lavatoio di Albese fu edificato nel 1826, nell’ambito di un progetto più ampio che interessò, anche, la costruzione di sei fontane, una della quali è ancora presente all’interno con la sua vasca originale in pietra.
Dopo pochi anni dalla sua realizzazione venne sopralzato di un piano per ospitare la scuola pubblica.
Dal 1828 e fino al 1907 gli ambienti superiori ospitarono una classe elementare maschile e poi finalmente verso la seconda metà dell’Ottocento pure quella femminile.
L’edificio, nella sua parte inferiore non si discosta dalle tipologie descritte in precedenza ed ha svolto la sua funzione fino all’inizio degli anni Settanta del XX secolo. Le due grandi vasche per il lavaggio e il risciacquo furono sostituite negli anni Cinquanta da singole postazioni in graniglia come mostra la foto.
Per l'igiene personale
Nel corso del tempo, il concetto di igiene personale ha avuto interpretazioni profondamente differenti. Se i Romani edificarono grandiose terme per abluzioni calde e fredde, oltre a numerosi acquedotti per dotare la città di acqua potabile, nel Rinascimento non lavarsi era una prassi considerata normale. Gli stessi medici, addirittura, consigliavano di non farlo perché – sostenevano – l’acqua faceva dilatare i pori della pelle, con il rischio di favorire la penetrazione di malattie. Per attenuare i cattivi odori emanati per mancanza di pulizia, ci si cospargeva di profumi o unguenti odorosi.
“Ma nel Settecento qualcosa cominciava a cambiare. Anche se l’acqua continua a suscitare diffidenza, il suo uso non provoca più stupore, almeno in maniera limitata e in una ristretta cerchia elitaria […]
I pregiudizi verso la pulizia sono duri a morire anche nella classe medica e, nel 1852, c’era ancora chi sosteneva che si poteva essere vigorosi, sani e buoni lavoratori senza essersi mai immersi in una vasca da bagno […]
Ma i tempi stanno cambiando. La svolta avviene nella seconda metà dell’Ottocento, in cui diversi studiosi e pedagogisti pubblicano opere che invitano i maestri ad insegnare l’importanza ed il valore dell’igiene personale […]
La scoperta dell’igiene si infiltra nelle scuole, nelle caserme e negli ospedali. Si iniziano a pubblicare manuali divulgativi che si rivolgono alle madri di famiglia e gradatamente la pulizia diventa obbligo e necessità.”
Tratto da P. Sorcinelli, Storia sociale dell’acqua, Bruno Mondadori, Milano 1998
“Per la pulizia personale si trovava sempre in camera un catino “cadin” in ferro smaltato o di ceramica, sistemato nel suo portacatino in ferro a tre o quattro piedi “portacadin” e, in genere su un supporto, una brocca “broca”, ancora in ferro smaltato o ceramica, che conteneva dell’acqua per lavarsi.
Il portacatino era completo di porta-salvietta “portaservieta”, di porta-specchio “portaspecc”, e anche di porta-sapone “portasavun”, un piattino per posarvi magari la “scaja de savun de Marsiglia”, un raffinatezza per quei tempi.
Accanto al portacatino ci poteva essere un secchio dove si rovesciava l’acqua sporca che poi veniva buttata. Ma tutto questo veniva usato raramente: ad esempio, quando si era ammalati e doveva venire il dottore.
Più comunemente ci si lavava in cucina, con il “cadin” o il “bagnin”, o con la “mütina di pagn”; il bagno completo, però, gli adulti lo facevano generalmente d’inverno in stalla e in estate in camera” .
I bambini, invece, facevano il bagno in una tinozza di legno che poteva essere la mütina del bucato.